Domenica

DOMENICA

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La mamma mi sveglia dolcemente e mi dice che devo alzarmi per andare in chiesa con la zia. Scendo le scale, mi lavo la faccia e mi siedo a tavola per bere la mia tazza di latte e cioccolato.

-Bevilo piano!- diceva sempre la mamma. Ma io non la ascoltavo e lo bevevo tutto d’un fiato!

Uscivo da casa soltanto dopo che la mamma reputava che tutto in me fosse in ordine. Non vedevo l’ora di gustarmi quella bella giornata di primavera.

Il sole era già alto nel cielo, nonostante fossero solo le nove del mattino. Andavo a piedi a casa della zia che abitava poco più avanti. Ogni volta che suonavo, arrivava al cancello Pit, un pastore tedesco sempre buono e festoso nei miei confronti. Pit saltava e si muoveva freneticamente mentre aspettavamo entrambi che la zia arrivasse ad aprire il cancello.

-Vieni, sono pronta.-

La zia chiudeva tutte le imposte della casa, Pit continuava a strusciarsi sulle mie gambe, perché voleva giocare.

-Su, andiamo.-

Io e la zia facevamo la strada per la chiesa una volta a settimana, fin da quando avevo quattro anni. Ora ne ho dieci, e niente è cambiato. Pit è solo un po’ più vecchio, ma mi fa sempre le feste quando arrivo. La strada è sempre la stessa. Ci sono sempre gli stessi buchi, le stesse siepi, gli stessi fiori. Potrei percorrere la strada da solo e bendato, se solo non fosse che spesso e volentieri passano velocemente le automobili. Fanno un fracasso, e per giunta, ogni volta, io e la zia ci dobbiamo spostare in un lato, per non essere investiti, come invece era accaduto a Giacomino, il mio compagno di scuola.

Sì, perché la strada è sempre la stessa tranne che un particolare, a fianco all’oleandro c’è una croce con il nome di Giacomino, ogni volta che passo, mi fermo un secondo a salutarlo e gli chiedo se anche lassù in paradiso gioca al pallone e fa la raccolta delle figurine. La zia mi disse che tutti i bambini che muoiono vanno in paradiso, perché il Signore li vuole tutti con sè.

La messa in chiesa era diventata una tortura. Col vecchio prete potevamo sederci dove volevamo, invece con questo nuovo, Don Gino, tutti quelli che non avevano ancora fatto nè la comunione nè la cresima dovevano sedersi nelle prime file.

Noi non ascoltavamo mai quello che diceva, anche se a tutti veniva dato un foglietto per seguire le letture. E a turno, eravamo obbligati a fare il chirichetto. Io, il chirichetto, ci andavo a farlo solo perché dopo la messa, insieme con gli altri bambini, rubavamo le ostie non consacrate. Ma credo che Betta, la signora che si occupava della chiesa, lo sapesse, se non che una volta ne avevamo rubate davvero troppe e così che Don Gino ci diede un manrovescio che ancora ricordo.

Dopo la messa, tutti andavamo a giocare al campo sportivo. La mamma si arrabbiava sempre perché mi sporcavo la roba pulita che usavo per andare a messa. Così, ogni tanto, passavo a casa a cambiarmi, perché se tornavo a casa con i pantaloni stracciati, la mamma mi avrebbe fracassato di botte e sarei rimasto in punizione per diverse domeniche di fila.

Verso mezzogiorno, si sentivano tutte le grida delle madri che chiamavano tutti i bambini, oppure venivano le madri in persona, e allora erano guai! Volavano ceffoni di fronte a tutti, e tutti ridevano e canzonavano il bambino, ma quando toccava a loro, e state certi che prima o poi spettava, allora gli passava tutta la voglia di ridere.

Dopo, andavo dalla nonna, dove ogni domenica pranzavamo. A quell’ora, arrivavano altri zii da un paese vicino, e con lei i cugini.

Mentre la nonna, la mamma e le zie cucinavano il pranzo tutte insieme, papà se ne stava nell’orto insieme al nonno, a sistemare le piante e le siepi. Mi piaceva un sacco stare nell’orto dei nonni. Mi sembrava immenso, quasi che mi ci perdevo. Correvo insieme ai cugini, giocavamo a nascondino, e d’inverno facevamo la battaglia con le palle di neve. Sì, perché in quell’orto era bello starci in tutte le stagioni. Quando non pioveva, papà, il nonno e lo zio, si mettevano ad arrostire la carne, e allora di nascosto dalla nonna, ci facevano assaggiare le costine appena tolte dal fuoco. Mi ricordo acora quel sapore e quel gusto inconfondibili.

Se, invece, si mangiava un po’ più tardi dell’una, io e i cugini ci lamentavamo per la fame, e allora la zia ci metteva un cucchiaio di sugo in un pezzetto di pane per far calmare la fame.

Quando la nonna annunciava che il pranzo era pronto, io e i cugini correvamo a gara verso il bagno per lavarci le mani.

-Piano!- gridava la mamma dalla cucina.

I posti a tavola erano assegnati, io sedevo sempre al fianco di papà, che sedeva sempre come capotavola. Nell’altro capotavola sedeva il nonno, poi in un lato sedeva la mamma, la zia, la nonna, e lo zio, mentre nell’altro lato c’erano i cugini, l’altra zia e io.

Il pranzo si apriva sempre con la pasta al forno della nonna, o con li gnocchi al sugo, che stavano in un salatiere che mi pareva enorme. Dopo, c’era sempre la carne arrosto e l’insalata. Io e i cugini non rimanevamo mai a tavola per la frutta. Subito dopo aver finito l’insalata, infatti, correvamo subito a giocare fuori.

Dopo pranzo, nell’orto venivano sempre papà, il nonno e lo zio, e stavano sotto la pianta dell’alloro a prendere il fresco, mentre ascoltavano la radiocronaca delle partite.

Io e i cugini giocavamo al pallone, e qualche volta quest’ultimo andava a finire sui fiori o sulle piante, e la nonna, a cui non scappava niente, gridava da lontano che ci avrebbe bucato il pallone. E un giorno lo fece per davvero.

A metà pomeriggio, la zia ci chiamava per fare la merenda. Di solito, ci preparava un panino con mortadella e pomodoro, oppure pane abbrustolito con olio e sale avanzato dal pranzo, che a noi bambini piaceva tanto. D’inverno, la nonna comprava la nutella, e allora volavano ceffoni se provavi a mettere il cucchiaio nel vaso di cioccolato.

Finita la merenda, si ritornava a giocare, sino a quando non finiva la partita alla radio. Allora, papà abbassava l’antenna, girava la manopola e mi chiamava invano per un paio di minuti. Io non volevo mai andare via. Volevo sempre rimanere un altro po’.

Mamma prendeva il fagotto che nonna aveva preparato per noi e per gli zii, con gli avanzi del pranzo, e così tornavamo tutti a casa.

Mi piacevano così tanto quelle domenica. Per me, era sempre un giorno di festa, era il giorno che preferivo di più di tutta la settimana, anche perché poi il giorno dopo dovevo andare a scuola.

La maestra, il lunedì ci faceva sempre scrivere un racconto su quello che avevamo fatto la domenica precedente. Io ci scrivevo qualche avventura, qualche ragazzata che si commette quando si è bambini. Ora che sono in quinta elementare e sto diventando grande, quelle domeniche non sono più come prima. Il nonno è andato in paradiso e i cugini non vengono più così spesso come una volta. Ma almeno mi rimane il ricordo. Il ricordo di quelle domeniche così allegre e spensierate in famiglia, che quando si diventa grandi non ci sono più.

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