Quella ragazza sul tram – parte 2

quella ragazza sul tram - parte 2

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Quando non troviamo una risposta sull’amore, l’unica cosa da fare è mettere su un disco e lasciare che la melodia delle note ci avvolga. La musica è sempre la soluzione per tutto. Così, mi siedo sul divano e poggio i piedi sul mio immancabile puff. La pioggia batte insistentemente sulla finestra, come a chiedere di entrare, mentre il bagliore delle luci si fa largo nella stanza. Non faccio caso agli SMS che invadono il mio smartphone. Non ho voglia di rispondere. Voglio stare solo con me stesso. Alzo un po’ il volume e sento i bassi colpirmi lo stomaco mentre scandiscono il tempo. Avverto una certa adrenalina che mi pervade da testa a piedi e mi fa piombare in un mondo senza pensieri. Vorrei rimanerci all’infinito, ma la puntina che graffia il bordo del disco mi avverte di essere ritornato alla realtà.

All’improvviso, il campanello suona. Sul pianerottolo mi aspetta il ragazzo delle pizze. Gli do’ dieci euro e gli dico di tenere il resto, perché non ho voglia di averci a che fare. Apro il cartone e sul coperchio rimane appiccicato il formaggio. La giornata sta proprio andando alla grande… Questa è una delle piccole cose in cui pensi che il karma ce l’ha con te per tutta la vita. Come quando apro lo yogurt, e sistematicamente, il coperchio si rompe.

Mentre penso a questa marea di cazzate con un trancio di pizza fredda in mano, faccio zapping alla TV. Scorro tutti i canali fino ad arrivare a quelli locali, nei quali viene mandata in onda la stessa televendita da vent’anni. Mi chiedo come facciano ad esistere emittenti del genere ai giorni nostri.

Il pensiero di lei ritorna prepotentemente nella mia testa. Fino a quel momento, ho provato con tutto me stesso a pensare ad altro, ma il mio cervello fa come vuole, non risponde più ai comandi. Oppure, forse è il mio cuore, non so di preciso. Credo che questa volta siano entrambi alleati. Non mi lasciano in pace nemmeno un secondo. E’ sempre lei, la ragazza del tram. Spengo l’abat-jour e provo a dormire, sperando di incontrarla l’indomani mentre andrò al lavoro, o forse nei miei sogni, inscenando un film che nulla invidierebbe alle più famose pellicole hollywoodiane.

La notte è bastarda quando ci si mette. Quando per chiudere occhio, provi a girarti e rigirarti mille volte sul materasso, in cerca di una posizione comfortevole. Quando dalle coperte, tiri fuori una gamba, per non avere nè caldo nè freddo. Niente. La luce dei lampi entra nella nella stanza senza chiedere il permesso. Baluggina sempre più forte, e ora che ci penso, era da tanto che un temporale non si scatena di notte.

Quando ero piccolo, avevo paura dei rombi dei tuoni, avevo paura di quei lampi acceccanti. Mi tenevano sveglio per tutta la notte. Cercavo sempre riparo nel lettone dei miei genitori. Il posto più sicuro del mondo. Poi, si cresce. Vieni catapultato nel mondo dei grandi. In un mondo dove non esiste pietà per nessuno. Un mondo dove devi sgomitare tutti i giorni per farti la tua strada. E’ in quei momenti che vorresti tornare piccolo per continuare a giocare e sentirti al sicuro.

Tra quei lampi e quei tuoni, vorrei trovare riparo nelle braccia di qualcuno. Sapere che c’è una persona che si prende cura di te, nel bene o nel male, mi farebbe sentire più sicuro. E’ questo il temporale perenne che si scatena all’interno del mio corpo.

Dentro, piove. Fuori, continua a piovere. Mentre mi reco alla fermata con passo svelto, il mondo se ne frega. Il caos calmo che porto dentro sembra rispecchiare il meteo. Ogni singola goccia è una parte di me che decide di andarsene. Senza voltarsi indietro.

Attraverso le strisce per dirigermi alla fermata, e lei, quella ragazza del tram, è lì, sotto la pioggia. Non si è accorta di me, perché di spalle continua a guardare le macchine, mentre passano. I suoi capelli sono bagnati. Rallento, quasi mi fermo. Ecco quella cosa allo stomaco. Di preciso, non so cosa sia, ma l’ho sentita anche ieri, quando l’ho incontrata per la prima volta. La pioggia continua iperterrita a buttare giù le sue gocce, come se non gliene importasse nulla di rovinare e stropicciare il tesoro più prezioso del mondo.

Mi avvicino lentamente. All’improvviso, dietro lei si fa scuro. Non sente più le gocce d’acqua cadere sulla testa. Alza il viso e si gira verso me. Sorride con grazia e abbassa gli occhi leggermente.

“Ti prenderai un raffreddore.” dico, mentre porto l’ombrello sotto la sua testa.

Lei mi sorride ancora. Da quel momento, non abbiamo mai smesso di parlarci.

E’ così, che ho imparato ad amare la pioggia.

– FINE –

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