Il seminatore di grano – 10. Un pensiero fisso

Ciccio e Remo se ne stavano appollaiati a prendere un po’ di fresco sotto un pino.

-Com’era?- chiese Ciccio incuriosito.

-Bella!- rispose Remo nascondendosi il viso.

-E com’è che l’hai conosciuta? Ridimmelo!-

-Ancora? Te l’ho detto mille volte. Al fiume!-

-E io che ci passo sempre…-

Remo se ne stava disteso con il berretto sulla faccia, mentre Ciccio con un bastone faceva cerchi a casaccio sull’erba bruciata dal sole. In lontananza si sentivano le voci di Cosmo e Damiano che si facevano i gavettoni con l’acqua del pozzo.

-Che caldo!- esclamò Ciccio -Ci facciamo i gavettoni anche noi?-

-Non c’ho voglia-

-Dai, su… facciamo vedere chi siamo a quei due. Eh?-

-E va bene.-

Remo si alzò come se gli stesse facendo un favore, e insieme si diressero al pozzo.

-Vi facciamo vedere noi!- esclamò Ciccio, che prese il secchio e lo calò giù nel pozzo.

Carico d’acqua lo prese con entrambe le mani e cercava di rincorrere i gemelli, ma era più l’acqua che perdeva rincorrendoli che quella che ci stava dentro il secchio. Remo lo aiutava spingendo ora Cosmo e ora Damiano in un cerchio ideale, mettendoli alle strette. Ciccio, stanco morto, poggiò il secchio a terra e piegato in due cercò di riprendere fiato. Cosmo, da dietro gli combinò un bello scherzo e, una volta fradicio, Damiano lo riempì di terra. Remo, quindi, da bravo amico, ma tra le risa, gli svuotò un secchio d’acqua intero sulla testa per ripulirlo da tutto il sudiciume.

-Ma lo sapete che a Remo gli piace una femmina?- disse Ciccio all’improvviso.

-Ehh?- esclamarono Cosmo e Damiano all’unisono.

-Ma che vai dicendo? Non dire scemenze…- disse Remo adirato.

-Eh già. Una femmina… L’ha detto a me!- insistette Ciccio.

Remo si sentì tradito e si precipitò su Ciccio con tutte le sue forze.

-Un bel cazzotto, dai!- disse Cosmo mimando il gesto.

-Più centrale!- insistette l’altro.

-Ma cos’è questa cagnara?- disse la nonna impugnando la scopa e poi dividendo Ciccio e Remo.

-Vattene a casa..- disse dopo aver dato un bel ceffone a Ciccio. -Anche tu! E tua madre ti darà il resto!- conscluse dando uno schiaffo a Remo.

Cosmo e Damiano scapparono a gambe levate. Remo se ne tornava a casa imbronciato e, con la mano sulla guancia dolorante, li guardava svoltare l’angolo, lasciando dietro di loro un gran polverone.

“Che furfanti!” pensò lì per lì. Gli parevano il gatto e la volpe, buoni solo a mettere zizzania.

Remo si lavò la faccia, mentre l’acqua del fiume scorreva limpida. Chiuse gli occhi per non pensare a niente. Anzi, no. Pensava a Filomena. L’unico pensiero fisso. L’unico pensiero che ronzava nella sua testa come una zanzara durante la notte, o come una mosca durante il giorno. Filomena stava nella tua testa e gli sorrideva ogni volta che ci pensava. E più ci pensava, più aveva voglia di rivederla.

Remo guardò da che parte fosse andato a finire il sole, poi dopo essersi aggiustato i capelli con l’acqua si spinse verso la fine dei poderi di famiglia. Ogni tanto si guardava indietro per paura di essere scoperto da suo zio o addirittura da suo padre. Quale giustificazione avrebbe potuto dare per essersi allontanato così tanto? O ancora peggio! Quei due cretini dei gemelli, se l’avessero visto, l’avrebbero spifferato a sua madre.

I belati e i campanelli delle pecore si sentivano come ovattati. Sicuramente, un gregge si trovava oltre la collina. Remo era agitato. Rallentò di colpo il suo passo e cercò di fare meno rumore possibile per sentire tutti i suoni che gli stavano intorno.

Trac!

Inavvertitamente Remo spezzò un ramo secco e si alzarono alcuni uccelli in volo. Remo, allora, trasalì e cominciò a correre per raggiungere più in fretta possibile il bosco. Non gli importava di raschiarsi le gambe con le spine, o di rompersi l’osso del collo inciampando tra le pietre nascoste.

Il bosco era lontano e una rete divideva due terreni. Remo si fermò e, ansimante, piegato in due dalla fatica, cercò di capire se fosse una buona idea scavalcare quella rete. Era la prima volta che si trovava in quel posto e temeva di essersi perso. Suo padre glielo ripeteva in continuazione.

Il sole cominciava la sua discesa verso l’orizzonte e non c’era tempo da perdere. Remo scavalcò con il groppo in gola e dopo aver superato una collina, tra i rami, vide una casa a due piani. Fece ancora due passi e si nascose dietro un albero per scrutarla. Non sapeva se era quella la casa di Filomena, ma lo sentiva dentro di sé.

Un leggero venticello scosse leggermente qualche ramo. Remo chiuse gli occhi. Immaginò per un momento di baciarla con quel suo vestito turchese e avvolta dall’odore d’estate, prima di riscomparire nel bosco.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

 

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