Il seminatore di grano – 11. Dove nasce l’arcobaleno

Mentre Filomena portava i panni in casa le era sembrato di vedere un’ombra vicino ad un albero, poco prima del bosco. Soffiava un vento leggero e forse erano stati proprio i rami in movimento a farla confondere.

Entrando in casa Filomena sentì dei colpi fortissimi provenire dalla cucina. Si avvicinò a passo lento verso l’uscio e sentì dietro la porta i colpi ancora più forti. Ad ogni colpo si sentiva il petto scoppiare. Aprì la porta e vide sua madre fare a pezzi la carne. Faceva cadere il suo braccio come una ghigliottina, e con un grosso coltello separava carne e ossa in un solo colpo. Ad ogni sforzo aggrottava la fronte, appiattiva le labbra serrate e contraeva gli zigomi.

Senza che neanche se ne accorgesse della sua presenza, Filomena uscì dalla cucina un po’ inorridita, salì le scale ed entrò nella camera da letto per posare la biancheria. Il profumo di Marsiglia di diffuse per tutta la stanza. L’anta di una finestra prese a sbattere per il vento che via via soffiava sempre più forte.

Filomena rimase dietro la finestra a guardare fuori. Il sole era scomparso dietro l’orizzonte e la luce si affievoliva velocemente. Guardando a destra, la parete all’inizio della collina era diventata violacea e Filomena ricordò quando insieme a Remo vide l’arcobaleno. Era da quelle parti che si innalzò imponente nel cielo. Dopo tutto non era poi così lontano.

Le fronde degli alberi si scuotevano e si strusciavano per il vento. Filomena si strinse le spalle dopo che un brivido le percorse la schiena. Allora riaprì la finestra e chiuse le persiane, come a rassicurarsi per qualcosa che neanche lei sapeva.

Quel ragazzo dai capelli scuri, la pelle abbronzata e le sopracciglia folte le era rimasto dentro. Si sentì in colpa per non averlo neanche guardato quando uscì dalla chiesa. Avrebbe voluto sorridergli. Avrebbe voluto salutarlo, almeno per un momento.

Filomena rimase sull’uscio della stanza per sentire se sua madre stesse ancora macellando la carne, così dopo due colpi in lontananza, si precipitò a capofitto in camera da letto e cominciò a cercare una candela. Aprì uno ad uno i cassetti del comò e con le mani sentiva il fondo senza sgualcire i vestiti. Il cuore le cominciò a battere per paura di essere vista. Filomena dovette arrivare ad esplorare l’ultimo cassetto per trovare un pezzo di candela, poi scese le scale in silenzio e si avvicinò in modo felino alla cassettiera che stava in corridoio, sopra la quale c’era una lampada a olio che sua madre accendeva ogni giorno al calar del sole. Appena la fiamma comiciò a formarsi, Filomena sorrise, e cingendo il lume con una mano risalì al piano di sopra.

Ora la sua stanza era semibuia. Filomena poggiò la candela dentro un bicchiere, poi rubò carta e penna dal comodino del padre.

Era da tanto che Filomena non scriveva. Ma secondo sua madre, la seconda elementare era più che sufficiente per sapere leggere e scrivere.

Filomena fece un gran sospiro, poi impugnò la penna e cominciò a scrivere con una calligrafia sconnessa.

“Andiamo a vedere dove nasce l’arcobaleno?”

Era quella la frase che le venne in mente. Era quella l’ultima frase che rivolse a quel curioso ragazzo di nome Remo.

Filomena sentì i passi di sua madre salire le scale, quindi piegò il foglio e lo mise sotto il cuscino, poi soffiò sulla candela e l’odore di cera si alzò per tutta la stanza. Filomena agitò le braccia per mandarlo via e si precipitò nel corridoio.

-Muoviti che la cena è pronta.- disse sua madre sul pianerottolo.

-Mo’ vengo, sto a chiudere le finestre…-

Prima di chiudere l’ultima persiana, Filomena guardò fuori nell’oscurità. Provò a vedere qualcosa, ma era tutto nero pesto. Sentì solo gli alberi scuotersi, mentre il vento le scompigliava i capelli e i pensieri.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

[Photo by Takemaru Hirai from Over app]

 

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