Il seminatore di grano – 12. Il treno che passa

-Sono arrivato fino a qui!- sostenne Remo indicando il rudere del nonno.

-Che camminata…- rispose Ciccio asciugandosi la fronte.

Il forte vento di levante era durato più di una settimana e aveva provocato ingenti danni ai frutteti di tutto il territorio. Anche il rudere aveva subito forti mutilazioni, e a Remo si strinse il cuore vederlo in quello stato.

-Ci riposiamo un po’?- chiese Ciccio appoggiandosi al muro, ansimante.

La campagna intorno era completamente secca. Il sole batteva forte su quei ciuffi biondi d’erba e continuava a cuocerli.

-Ti sei fermato qui?- disse Ciccio seduto all’ombra di un pino.

-Quando?-

-Il giorno che sei venuto al rudere.-

-Sì, stava diluviando.-

-Poi?-

-Si è formato l’arcobaleno.- disse Remo guardando tra le colline.

-Che guardi?- chise Ciccio incuriosito.

-Niente.- E aggiunse: -Dove nasce l’arcobaleno secondo te?-

-E che ne so!- rispose Ciccio allargando le braccia. -Ma si può sapere che ti prende?-

-Lascia stare. Continuiamo a camminare!- disse Remo facendo due passi sotto il sole.

-Ma ci siamo fermati adesso.-

Remo aveva voglia di scoprire dove si trovava Filomena. Era da parecchi giorni che non la vedeva più. Neanche al fiume. Neanche in paese. Ogni cosa sembrava soffrire sotto quel caldo torrido d’agosto. E quando Remo e Ciccio si sedevano all’ombra dei pini, al fresco per così dire, sentivano il fragore della terra come se quest’ultima respirasse. Come fosse viva. Così a Remo piaceva discorrere con Ciccio, al tramonto, quando il sole si era già nascosto dietro le colline e poteva respirare e sentire tutti i profumi della sua campagna. Quella campagna che di sera se ne stava muta. Solo il canto dei grilli e delle cicale, che faceva da cornice a quei colori secchi e che davano la sensazione che sotto quella terra non ci fosse niente. Neanche l’acqua.

-La prossima volta si viene in bici.- disse Ciccio.

-Fa come vuoi.- rispose Remo secco.

Remo si accompagnava con un passo lento e un filo d’erba in bocca. Quest’ultimo vizio l’aveva preso da suo nonno, che, quando era piccolo, lo portava sempre in giro per la campagna e gli faceva succhiare le campanelle.

-Andiamo da quella p…-

-Shh!- Remo interruppe Ciccio. -L’hai sentito?-

-Siamo vicini?-

-Forse.-

La salita stava per finire e Remo e Ciccio avevano fatto tutta quella fatica per vedere il treno passare. I binari interrompevano il naturale pendio della collina e si poteva vedere come correvano sul ciglio e infilavano la galleria per poi sbucare chissà dove.

Wah Wah!

Il fischio del treno ora era chiaro. Stava percorrendo l’interno della galleria.

-Mettiamoci qui.- disse Remo accostandosi al tronco di un albero, appena sotto i binari.

Wah Wah!

La locomotiva fischiava e sbuffava imbronciata, come se non volesse percorrere quella strada. Chissà quante volte l’aveva già percorsa e chissà cosa provava il macchinista alla sua guida vedendo passare tutti quei paesaggi e paesi, vendo tanti volti, tristi, imbronciati, felici o ancora speranzosi.

Wah Wah!

-Mamma mia, che grande!- esclamò Ciccio al passaggio del treno.

Remo lo osservava in silenzio e cercava di vedere cosa accadeva all’interno dei finestrini, ma non ci riuscì.

-Vorrei salirci, un giorno.- disse Remo.

-Per andare dove?- chiese Ciccio.

-Per vedere se il mondo è tutto così… uguale!-

L’ingresso della galleria, ora, pareva più tetra. Ciccio aveva preso a seguire il treno camminando sui binari. Remo lo aveva seguito e vedeva come quella strada ferrata tagliava la campagna in due. Tutto ciò che stava a destra era diverso, in una certa maniera, da ciò che stava a sinistra.

Remo si fermò all’improvviso e guardò i due mondi. Guardò ancora a destra e poi a sinistra. Non gli importava tanto vivere in un mondo piuttosto che in un altro, lui avrebbe voluto che, almeno in uno di questi, ci fosse Filomena.

Si alzò un alito di vento.

-Andiamo a casa.- disse Remo.

I grilli e le cicale continuavano a cantare, mentre il cielo cominciava ad imbrunire.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

 

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