Il seminatore di grano – 15. Il segreto della carta

Remo aveva portato a casa la colomba e l’aveva sottoposta alle cure del padre, che sapeva curare gli animali quasi come un dottore. Remo l’aveva visto una volta assistere al parto di una scrofa. Era notte, e lui aveva vegliato per tutto il tempo come se gli stesse nascendo suo figlio, oppure quando aveva tenuto compagnia a una vecchia cavalla fino alla sua morte, con cui aveva trascorso tanti anni della sua vita.

Per quella cavalla, il padre di Remo pianse. Era l’unico animale a cui aveva dato un nome, si chiamava Cosetta. Quando era piccolo, Remo avrebbe voluto mettere dei nomi a tutti gli animali, ma suo padre gli ripeteva continuamente che non bisognava mai dargliene uno, perché alla fine ci si affeziona e poi sarebbe stato difficile fargli fare la fine per cui sono venuti al mondo.

Mentre il padre di Remo si prendeva cura della colomba, Remo aveva deciso di non darle un nome. Chissà se anche Filomena aveva fatto lo stesso, pensò.

-Dove l’hai trovata?- chiese suo padre.

-Per strada.-

-Sicuro?-

-S…sì, cercava di volare.-

-Sembra ben curata. Deve essere scappata o si deve essere persa… Vai a prendere una gabbia.- disse il padre di Remo.

 

Dal momento in cui la colomba prese il volo, Filomena andava al rudere tutti i giorni. Pensò che se Remo avesse letto il biglietto sarebbe venuto lì a salutarla. Alla stessa ora, Filomena raggiungeva di nascosto quelle quattro mura dissestate e si sedeva ad aspettare. Talvolta stava sopra un muretto e passava il tempo a guardare la collina fondersi con la valle. Ogni cosa presente in quella campagna le sembrava un miracolo.

Chissà se Dio mi avesse fatto albero, pensò. Oppure se mi avesse fatto sasso. Avrebbe voluto essere qualsiasi cosa di quel paesaggio, anche una donna.

Filomena portò con sè carta e matita, e fissò per parecchio tempo quei fogli bianchi ingialliti, perché avrebbe voluto descrivere ciò che vedeva, ma soprattutto ciò che sentiva a guardare quel paesaggio. Si vergognava un po’, perché non aveva mai scritto qualcosa del genere in vita sua, ma voleva imprigionare quelle emozioni nella carta e viverle ogni volta che avrebbe letto quelle righe.

Aveva cominciato a descrivere il cielo, e pensò che quella volta azzurra fosse il tetto di un grande mondo. Aveva visto volare gli aquiloni e gli uccelli. Aveva osservato come questi utlimi sbattevano le ali e planavano sulla vallata come fossero i veri padroni di quel posto. Poi, aveva scritto degli alberi, dei fiumi e dell’erba. Anche i semplici cespugli, di cui ora ne accarezzava la superficie con il palmo della mano.

Tante cose passavano per la testa di Filomena. Una di queste era Remo. Aveva mischiato quelle emozioni selvatiche con l’amore. Aveva mischiato le emozioni per qualcuno come se fosse qualcosa, e viceversa. Ma lui, come lei, apparteneva a quel quadro, entrambi in quella terra avevano affondato le radici come gli alberi, e quindi era lecito… amarlo.

In lontananza il fischio del treno fece trasalire Filomena, che si alzò per dirigersi verso casa. Sgomenta si voltò per guardare quel rudere e si chiese se Remo, da quel giorno, c’era stato nuovamente.

Il vento era riuscito a strappargli di mano i fogli scarabocchiati e Filomena fece uno scatto felino per recuperarli. Uno, due, tre fogli. Tutti un po’ sgualciti. Come i suoi sentimenti. E ora, più che mai, quei fogli assunsero un valore ancora più speciale per lei. Avrebbe chiuso a chiave in un cassetto quelle emozioni, così ogni volta avrebbe potuto leggerle e, soprattutto, riviverle.

Fu così che fece. Ma prima le rilesse un’ultima volta prima di infilare i fogli nel cassetto e dormire. Sorrise, perché non doveva spiegare a nessuno ciò che aveva scritto, e perché era come se la carta la capisse nel profondo della sua anima. La carta avrebbe mantenuto il suo segreto, sarebbe stata la sua migliore amica.

Filomena spense la candela, ormai quasi completamente consumata. Il fumo grigiastro si diradò nel buio e l’odore della cera si diffuse per tutta la stanza. Filomena adorava quell’odore.

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