Il seminatore di grano – 19. La festa del paese

Il paese fu invaso da numerose bandierine colorate. Ogni strada, in cui sarebbe dovuta passare la processione, aveva un cordone di bandierine dello stesso colore, tranne la via principale, che portava alla chiesa di Sant’Isidoro. Quella era stata vestita con tutti i colori.

Don Eraldo si speso durante la predica nelle domeniche precedenti: quell’anno la parrocchia aveva meno soldi rispetto agli anni passati e la festa sarebbe stato assai modesta senza l’aiuto dei compaesani. La questua cominciò un mese prima della festa, e il sacerdote passò con pazienza di casa in casa, benedicendo ogni cosa. Il raccolto, le galline, i bambini, e poi finiva quasi per dimenticarsi la dimora stessa.

Al termine della raccolta del denaro, il prelato si chiuse in sacrestia e svuotò la scatola. Sul tavolo precipitarono monete, banconote, bottoni, e altre cianfrusaglie.

-E io lo sapevo che mi aveva fregato lo Zio Gesualdo!- disse animatamente.

-Non si tocca!- disse, dando un bel ceffone ad un chierichetto che aveva allungato la mano verso i soldi.

-Ahi!- Esclamò lui massaggiandosi la guancia.

-Dio ti vede da lassù.- lo rimproverò indicando il cielo.

Il sacerdote continuò a contare la somma.

-Don Eraldo, Don Eraldo!- chiamò una voce dalla chiesa.

-Mmmmm…- si lamentò il prete alzando gli occhi al cielo.

Quest’ultimo uscì in un baleno dalla sacrestia, lasciando la porta socchiusa.

-Don Eraldo, ma allora ci siete?!-

-Mi dica Donna Alda…-

-Vi cercavo per una confessione.- disse l’anziana donna.

-Mi dispiace, ma temo che oggi non si possa fare, la saluto.- rispose il prete liquidandola rapidamente.

-Ma come? Io vengo apposta apposta, e voi…-

-Suvvìa, cosa avrà fatto di grave per fare una confessione così urgente?!-

-Praticamente…-

-No-no-no, non voglio saperlo. Devo andare, torni pure domani.- disse il prete prima di dirigersi nuovamente in sacrestia.

Donna Alda lo guardò esterrefatta per il suo comportamento negligente e, con un gesto della mano, lo mandò al diavolo. Poi, ricordandosi di essere in chiesa chiese perdono al cielo, dicendosi tra se e se che avrebbe dovuto ricordarsi di confessare anche quel peccato.

Remo e Ciccio erano andati in paese per vedere i preparativi. Tutti i balconi eravno invasi da numerosi fiori variopinti. Per il giorno di festa, il comitato aveva istituito un concorso per il balcone più bello, così le donne si erano date da fare. La loro concorrenza fu un beneficio per gli occhi. La statua di Sant’Isidoro sfilò tra le strade del paese, accompagnata dai suoi fedeli, rigorosamente a piedi nudi. Donne, uomini e bambini. Dopo la statua seguivano le ragazze con le ceste di grano sistemate sul capo. Seguivano poi due grossi buoi imbardati di corone di fiori che trainavano un carro sul quale erano state sistemate alcune balle di fieno e qualche bambino. Anche’esso scalzo. Poi era la volta del prete e dei due chierichetti. Da quella parte in poi, si alzava il brusio dei partecipanti, i quali recitavano il rosario in modo sconnesso.

Pietro e Ciccio stavano in piedi su un muretto a guardare la processione. Mentre Remo scrutava i numerosi volti presenti sulla strada, il suo sguardo cadde su Gilda che si trovava appostata in un angolo. Al buio. Lei gli aveva sorriso e aveva mosso leggermente la mano in cenno di saluto. Pietro ricambiò il sorriso. Gli aveva fatto piacere che anche lei si fosse unita ai momenti di festa del paese.

Don Eraldo continuava a recitare meccanicamente le preghiere, e dalla sua espressione Remo capì che il prelato sperava che quella tortura finisse presto. I fedeli cominciarono a dileguarsi quando dopo l’ultima curva, il Santo procedeva lentamente verso il portale della chiesa.

Remo guardò nuovamente in direzione di Gilda, ma quest’ultima non c’era più. Il suo sguardo cadde sul muro scrostato che lei nascondeva poco prima e Remo provò un senso di abbandono.

-Vado a comprare le caramelle.- disse Ciccio con i soldi in mano. -Ci vieni?-

-Non c’ho voglia. Ti aspetto qua.- rispose Remo infastidito.

Gilda spuntò di nuovo tra tutta quella gente, e Remo la vide rivolgere la parola ad un uomo. Alzò la testa per vedere meglio, ma il camminare disordinato delle persone gli nascondevano le gesta di Gilda. Riuscì solo a vedere il momento in cui girò l’angolo e pochi secondi dopo fece altrettanto l’uomo.

-Eccole!- Esclamò Ciccio in modo invadente.

Remo irritato lo allontanò con il braccio.

-Non le vuoi?- chiese Ciccio sconsolato. -Peggio per te. Me le mangio tutte io.-

Remo non rispose e si chiuse nel suo silenzio. Alzò la testa e guardò il cielo. Qualche nuvola si spostava velocemente e copriva di tanto in tanto la luna piena. Remo strinse i pugni quando all’improvviso una macchina blu invase la piazza con i suoi grandi fari gialli. Tutti accorsero incuriositi. Era grande, larga e spaziosa. Scese un tizio che in bocca teneva un sigaro a metà.

-E’ Gustavo! E’ tornato Gustavo dall’America!- gridò uno.

-Si, è proprio lui, lo riconosco!- gridò una donna a pochi metri da lui.

Tutti si diressero verso la macchina per salutarlo. Remo non aveva mai sentito parlare di questo Gustavo. Non aveva mai visto una macchina del genere. Si avvicinò pure lui a vedere. Tutti i bambini salirono sull’auto a turno, mentre Gustavo prendeva dal bagliaio ogni sorta di oggetto e lo regalava. Prese infine l’auto e sfilò per il paese acclamato da tutti. Nessuno si aspettava che quel giorno le processioni sarebbero state due.

Remo ficcò nelle tasche dei calzoni entrambe le mani e fischiettando si incamminò verso casa. Gli piaceva camminare sotto la luce della luna piena.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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