Il seminatore di grano – 20. Punto di non ritorno

La via deserta verso casa aveva messo un po’ di malinconia in Remo. Aveva fatto quella strada tante volte in passato al chiaro di luna. La musica e i rumori del paese si sentivano ormai offuscati, come un ricordo poco nitido.

Improvvisamente, Remo sentì una voce di donna provenire dagli alberi di fianco la strada. Drizzò il collo e girò il capo di scatto in diverse posizioni per capire da dove provenisse quella voce.

Remo non riusciva a distinguere le parole che invano venivano urlate dalla donna. Cominciò a correre per intuirne prima la provenienza.
-Lasciami!- riuscì solo a distinguere.
Un urlo ancora più forte si alzò nel cielo e si prolungò per alcuni secondi, rimbombando tra le fronde degli alberi e disperdendosi nei campi di fronte.
Remo arrestò la sua corsa improvvisamente. A quell’urlo non ne seguirono più altri, e a Remo venne la pelle d’oca, perché aveva il brutto presentimento che fosse accaduto qualcosa.
Si avvicinò agli arbusti lì nel bordo della strada, non lontano dal ponte romano. Sentì però ancora qualcosa, una specie di brusio. Quindi, pensò di essere vicino. Ad ogni passo il suo cuore aumentava esponenzialmente il numero di battiti e sentiva il sangue pulsargli nelle tempie.
Ora una voce di uomo gli giungeva alle orecchie con nitidezza. Erano parole che non aveva mai sentito. Mugugni. Fece un altro passo e con le mani si tenne al tronco di una grande quercia spoglia fin sopra dal sughero.
Con il capo si sporse oltre il tronco e con il fiato sospeso vide un uomo sopra una donna. Le teneva le braccia ben distese e ferme saldamente al suolo, e i capelli lunghi e neri di lei cadevano a terra in modo disordinato.
Remo non aveva mai visto una cosa del genere. Gli sembrò che la donna fosse inerme. Come morta.
Con un movimento del busto l’uomo scoprì il volto sofferente di Gilda. Remo sgranò gli occhi incredulo e solo allora pensò che quelle urla erano state cacciate invano da lei.  Nessuno le era andata in soccorso. Nemmeno lui riuscì ad arrivare in tempo.
Remo strinse i pugni perché avrebbe voluto fare qualcosa. Si sentiva debole e minuto di fronte alla violenza che quell’uomo arrecava a Gilda.
La sua reazione fu di scappare. Scappare più lontano possibile da quella violenza che gli era entrata dentro e quell’immagine gli si era appiccicata al cervello come fosse l’unico ricordo della sua vita. Come fosse l’unica emozione provata fino a quel momento. Paura. Paura mista a disgusto.
Remo correva per la strada senza guardare. Non voleva più aprire gli occhi e non smetteva di piangere.
Pensò di rifugiarsi al rudere, l’unico posto che in quel momento l’avrebbe reso meno fragile al resto del mondo.
Le mani di quell’uomo che tenevano saldamente al suolo le braccia di Gilda in modo che non potesse muoversi. Il suo viso sofferente mentre l’uomo si approfittava di lei e le portava via la dignità fino all’ultimo infinitesimo pezzetto.
Remo si teneva la testa e si asciugava le lacrime che incessanti gli rigavano il viso.
Aveva deciso. Quella notte l’avrebbe trascorsa al rudere, solo e con il pensiero alla persona che forse non avrebbe creduto di voler così bene.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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