Il seminatore di grano – 21. Il profumo dei fiori

Al suo risveglio, Remo trovò Filomena seduta al suo fianco. Gli parve di vivere un dejavù.

-Che ci fai, qui?- chiese lui sorpreso.

-Sapevo di trovarti…- rispose Filomena sorridendo.

Per un attimo, il pensiero di Remò andò alla sera prima, ma Filomena interruppe quella pellicola dalle immagini terribili e gli porse un tozzo di pane.

-Tieni, avrai fame.-

Remo prese il pane senza guardarla e uscì dal rudere. Chiuse gli occhi mentre il sole illuminava il suo viso e gli scaldava le spalle. Il tepore lo fece sussultare e la sua pelle si era accaponata per l’inversione termica. Filomena lo seguì con un filo di preoccupazione. Vedeva Remo in piedi, silenzioso come non lo era mai stato. Le pareva che fosse turbato per qualcosa, ma non osò chiederglielo.

-Tua madre sarà una furia se non ti vede a casa…- disse Remo alcuni minuti più tardi.

Filomena alzò le spalle.

-Le dirò che sono al fiume e che ho raccolto dell’erba… Un po’ di latte?-

Filomena non aspettò la risposta di Remo, che intanto si era seduto con la schiena contro un tronco. Lui non si oppose, prese la bottiglia e trangugiò il latte voracemente.

-Avevi fame…- disse Filomena contenta.

A Remo tutti quei riguardi piacevano anche se non aveva intenzione di darlo a vedere, perlomeno non in quel momento. Sapeva di essere fragile, e aveva paura che mostrare le sue debolezze non sarebbe stato da uomini. Filomena era l’unica persona che potesse capirlo anche stando in silenzio, e questo lei l’aveva intuito.

Quella mattina, la campagna regalò uno spettacolo bellissimo. La rugiada bagnava i campi e l’erba, e al sole questa brillava come se l’intera campagna fosse tempestata da una distesa di diamanti, comprese le colline. Il cielo si dipinse pian pian d’azzurro intenso, ed il sole prendeva pian piano il suo posto e cominciava a splendere e irradiare calore. Quel tepore leggero e piacevole del mattino presto che solo i contadini possono capire. Era come se tutto il mondo si svegliasse con il sorgere del sole.

L’acqua gelida del fiume sul viso fece precipitare Remo nella realtà. Nonostante fosse solo metà settembre, la temperatura si era abbassata durante la notte e quei giorni furono la premessa che l’autunno sarebbe arrivato in anticipo. Quello che Remo vide la sera precedente era successo per davvero. Perché a Gilda? Perché sempre alle persone buone? Erano queste le domande che Remo si poneva, e la sua frustrazione non lo lasciò in pace per un momento, nonostante non avrebbe potuto far nulla.

Remo si girò verso Filomena.

-Devo andare…-

Lei non rispose. Lo guardò soltanto tenendolo per le spalle. Una parola sola avrebbe sfondato quel ponte invisibile che li teneva distanti ma uniti. Filomena lo lasciò andare via e sperò di rivederlo al più presto. L’avrebbe aspettato tutti i pomeriggi al rudere, come usavano fare. Non le piaceva vederlo così turbato e credeva che le sue attenzioni non bastavano a risollevargli il morale. Aveva un brutto presentimento, ma cercò di mandare via quei pensieri e di sperare che fosse soltanto una cosa passeggera.

Remo intanto aveva fatto una lunga passeggiata sotto il sole e aveva raccolto dei fiori selvatici. Aveva provato a cogliere i più grandi e i più colorati, poi aveva imboccato la strada polverosa verso il paese, e si vergognava di portare quei fiori in giro. Il treno costeggiò la strada e coprì Remo con la sua grande ombra. Per fortuna, durante il suo cammino non aveva ancora incontrato nessuno. La casa di Gilda non era lontana. Aveva scoperto dove abitava insieme a Ciccio, perché un giorno l’avevano seguita alla fine della giornata. Lei se n’era accorta ma non l’aveva dato a vedere. Le piaceva che qulcuno fosse interessato alla sua vita e a quello che faceva.

Gilda si sentiva sola e abbandonata. Gilda non aveva famiglia. Aveva perso suo marito soltanto un anno dopo che i due si presentarono all’altare per giurarsi amore eterno. Un incidente. Un maledetto incidente che l’aveva lasciata sola al suo destino, senza soldi e senza nessuno ad aiutarla. L’unica cosa che potesse fare era fare il lavoro più antico del mondo. Aveva perso suo marito e la sua disgnità solo per sopravvivere. A causa di quel lavoro in paese veniva vista come un’appestata, e chiunque le si avvicinasse era mal visto a sua volta. Gilda avrebbe preferito morire.

Prima di avvicinarsi alla porta, Remo si guardò intorno. Non aveva visto nessuno nei paraggi e questo l’aveva incoraggiato ad avvicinarsi sempre di più a quelle mura scrostate. La porta, che un tempo doveva essere azzurra, aveva perso completamente la vernice tranne nella parte inferiore. Remo si avvicinò alla finestra senza far rumore. Questa era socchiusa. Da lì si poteva vedere gran parte della stanza. Era quella tutta la casa. Sulla sinistra c’era la cucina, qualche pentola era appesa alla cappa del camino all’angolo. Era tutto in ordine. Un piccolo tavolo diroccato e due sedie era ritirato sulla parete sotto la finestra; di fronte, un letto sopra cui dormiva Gilda. Era strano per Remo vederla dormire, come tutte le persone normali.

La luce del sole penetrava prepotente all’interno della stanza. Gilda si girò sul letto e Remo si scansò dalla finestra per paura di essere visto. Non si era svegliata, continuava il suo sonno con un braccio sopra la testa e con l’altro sul petto. La coperta marrone la coprivà a metà, e il lenzuolo seguiva da una parte la piegatura della coperta, e dall’altra le scopriva un fianco. Remo capì che forse il sonno di Gilda stava terminando e posò il suo mazzo di fiori in piedi contro la porta. Diede un ultimo sguardo all’interno e girò i tacchi. Con passo lento e con le mani in tasca si allontanò da quella casa. Guardandosi le scarpe rotte e impolverate pensò ingenuamente che quei fiori avrebbero potuto lenire le sue ferite irrimarginabili.

Gilda si svegliò poco dopo. La domenica non andava mai al ponte. Se la prendeva tutta per sè, per ramazzare casa, lavare i vestiti e pensare. Aprì la porta per far cambiare aria alla stanza ricolma di pensieri notturni e spiriti che non la lasciavano in pace, e trovò un mazzo di fiori per terra. Era sorpresa. Si inchinò per raccoglierlo e fece qualche passo con solo indosso la camicia da notte. La strada era deserta e il vento frustava gli alberi. Sentì il profumo dei pini, così posò il naso sui fiori e inspirò. Era un odore buono, di campagna. Si chiese chi potesse essere così audace da lasciargli quel dono di fronte alla sua porta. Tornò dentro, prese una caraffa, la posò sul tavolo e ci versò dentrò un po’ d’acqua; prese i fiori e li infilò dentro. I suoi occhi sorrisero per un momento. Quei fiori rendevano la sua stanza quasi una casa vera. Li guardò felice, scordandosi per alcuni secondi la sua vita disgraziata.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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