Il seminatore di grano – 22. Emozioni in cenere

Filomena stava adagiata sul petto di Remo e giocava con la sua catenina d’oro. Ogni giorno osservava come la barba di Remo cresceva. Le piaceva stare così, si sentiva coccolata e protetta.

Lo sguardo di Remo, invece, era rivolto altrove. Guardava continuamente fuori da quella che un tempo era una finestra. Aveva provato ad immaginare come fosse il rudere in passato. Immaginava che da quella finestra entrasse una bella luce che illuminava la cucina. Di fronte un grande albero che aveva visto scorrere la vita degli inquilini. Gli aveva visti invecchiare, aveva visto qualcosa che non poteva vedere. In quel momento oscillava lentamente sulle fronde per il vento.

-E’ tardi.- disse Remo guardando la luna piena e stancandosi di pensare.

-Stiamo ancora un po’.- si lamentò lei.

-Ma non capisci? Se ci scoprono sai cosa succede?-

-E noi lasciamoli fare… Tanto ci amiamo, no? Vero che mi ami?-

Remo la guardò senza dire niente.

-Dimmi che mi ami!- urlò Filomena dandogli un colpo al petto.

-Shhh! Ma che strilli!-

Remo le tappò la bocca con una mano.

-Lo sai che ti voglio bene, Filò.-

Filomena gli diede un altro colpo forte al petto.

-Mo’ che hai voluto quello che volevi, ti devi prendere tutto di me…-

-Va bene, però ora rivestiti… dai!-

-Baciami, baciami ancora!-

Remo la baciò anche per farla smettere di parlare e farla smettere di pensare in fretta tutte quelle cose.

Filomena tornò a casa a notte fonda. Come ogni volta che tornava dal rudere passava dal retro, dove l’entrata secondaria era dalla parte della cucina. Le tende fatte all’uncinetto dalla madre, nascondevano apposta l’interno. Filomena aprì la porta e in punta di piedi, attraversando la penombra, andò verso le scale.

-E’ questa l’ora di tornare?-

Filomena sentì improvvisamente la voce adirata di sua madre. Se la trovò di fronte e riconobbe i suoi occhi neri, accesi e incazzati. Non fece nemmeno in tempo ad allontanarsi che prese uno schiaffo dritto in faccia.

-Ma dov’eri, si può sapere?-

Un altro schiaffo le arrivò sempre alla stessa guancia. Filomena non rispose e con uno sguardo colpevole, abbassò la testa e provò ad imboccare le scale.

-Dove vai? Ma dove vai?-

Non aveva mai visto sua madre così, e si sentiva in colpa di prendere tutte quelle botte e di darle quel dispiacere. Sua madre le aveva sentito addosso l’odore di uomo, prima sulle guance, poi sul collo e infine sul resto del corpo. Sua figlia era cambiata così, nell’arco di un’estate.

-Ti faccio passare io la voglia di uscire di notte… Ma non ti vergogni?-

Filomena alzò lo sguardo e si toccò la guancia dolorante.

-Non sai niente di me, di quello che voglio di, quello che mi piace… Per te l’importante è che porti l’acqua a casa, e questo e quello…-

-Non parlare così a tua madre. Io non ti ho cresciuta così.- E continuò: -Cosa sono questi fogli? Cosa c’è scritto?-

Filomena vide i suoi fogli tra le mani della madre. Provò a strapparglieli dalle mani, ma ricevette un altro ceffone.

-Non vuoi dirmi cosa sta scritto? Non vuoi dirmelo?-

-Mamma sono fesserie…-

-E voglio saperle pure io ‘ste fesserie!-

Filomena indugiò.

-Mo’ ti faccio vedere io.-

Sua madre prese un fiammifero e lo accese.

-Ti prego, mamma… Ti prego!-

Filomena provò ancora disperatamente a prendere i suoi fogli, mentre questi cominciavano ad ardere e cancellando ogni singola parola. Ogni singola emozione.

Filomena si lasciò cadere per terra, mentre sua madre incurante saliva le scale. Filomena pianse come non aveva mai fatto. Pianse come se avesse un perso un amico. Fino ad allora quella carta era stata la sua evasione dai soliti schemi quotidiani. Un rifugio dove ripararsi quando voleva stare sola. Le piaceva rileggere di tanto in tanto che ciò aveva scritto, nonostante le sue frasi fossero tutte sgrammaticate. Rimaneva ore sotto le lenzuola a ricordare le fantasie che le erano venute in mente.

Tutto era perso. Filomena inzuppò il cuscino con le sue lacrime per tutto il resto della notte. Sua madre la sentiva singhiozzare fino alla camera da letto e di sentì un poco in colpa per averla fatta soffrire così.

Filomena non sarebbe stata più la stessa. Sarebbe voluta essere tra le braccia di Remo, al sicuro. E ora la sua paura più grande era perderlo.

 

 

 

Precedente Il seminatore di grano - 21. Il profumo dei fiori Successivo Il seminatore di grano - 23. Quando cadono le certezze