Il seminatore di grano – 9. Il vestito turchese

Le campane della piccola chiesa del paese risuonavano continuamente e facevano una grande eco per tutta la campagna. I contadini lì attorno e le loro mogli vi si recavano ogni domenica mattina. A Remo piaceva andarci nei giorni di primavera, quando, lungo la strada, si metteva a guardare tutti gli alberi in fiore, l’unico mandorlo presente in paese, qualche ciliegio qua e là e qualsiasi pianta avesse un colore.

Andare in chiesa d’estate per lui era un tormento. Il sole alto già a metà mattina picchiava sulla piccola chiesa gremita di persone. Tutti sudavano e utilizzavano qualsiasi cosa da sventolare per procurarsi un filo d’aria. Remo se ne stava di fianco alla madre e sfruttava l’alito di vento provocato dal suo grande ventaglio.

Don Erasmo uscì dalla sacrestia per dirigersi all’altare e dietro di lui due chirichetti fradici di sudore, imprigionati in una tonaca ingiallita dal tempo, che non conosceva estate o inverno. Il prelato iniziò a dir messa e Remo si perse tra i suoi pensieri.

-Stai attento!- disse la madre dandogli una gomitata.

Remo si asciugò la fronte e continuò a dirigere lo sguardo altrove. Si mise a guardare l’espressione della statua di Sant’Isidoro. Sua madre quando era bambino gli disse che era il santo protettore dei contadini. Lo guardò bene in faccia, ma dalla sua espressione non traspariva fatica. Si chiese quale miracolo avesse fatto per diventare addirittura santo e se quella statua una volta benedetta potesse avere un’anima. Provò quindi ad immaginarsi una chiesa senza statue e senza ornamenti. Sarebbe stato tutto più triste e qualsiasi cosa venisse detta non avrebbe avuto di certo lo stesso effetto.

Lo sguardo di Remo vagò ancora tra le anime della chiesa e si posò sul curato. Don Erasmo era un tipo di statura media, pochi capelli, naso grosso e un paio di occhiali spessi. Aveva una voce profonda e forse era per questo che tutti lo stavano a sentire. Era stato lui a battezzare Remo e poi a cresimarlo. Intanto, Don Erasmo teneva in mano il calice.

Remo girò ancora la testa e una fila più avanti nei banconi di sinistra notò Filomena.

-Stai attento!- bisbigliò ancora la madre adirata.

Soltanto in quel momento si era accorto della sua presenza. Chissà se lei lo aveva notato.

-Per Cristo Nostro Signore!- disserò tutti in coro.

Remo cominciò a guardarla, come se col pensiero potesse arrivare a dirle di voltarsi.

-Girati, girati, girati…- bisbigliò come in preghiera.

-Prega a bassa voce.- lo rimproverò la madre.

A Remo scappò da ridere, poi respirò prodondamente per farsi passare la ridolina e ricominciò a guardare Filomena.

-E ora scambiatevi un segno di pace…- disse Don Erasmo alzando le braccia e asciugandosi il collo con la tonaca.

Remo dava la mano a chiunque la offrisse e diceva “pace” distrattamente. Filomena si girò per stringere la mano a una signora che stava alle sue spalle e rimettendosi a posto, con la coda dell’occhio, vide Remo. Uno sguardo fugace, ma intenso. Filomena gli aveva sorriso.

La madre di Remo continuava a rifilargli gomitate per tenerlo a bada. Quel giorno suo figlio era incontrollabile. Non era mai stato così indisciplinato durante la messa. Vedeva Remo completamente assente.

Da quando Filomena vide Remo cominciò a girarsi ripetutamente, prendendosi i rimproveri della madre, che la prendeva per un braccio e la costringeva a stare ferma, rivolta verso l’altare. Filomena indossava un vestito turchese, legato in vita da una cintura e portava i capelli legati a cipolla. Le stava bene quel colore abbinato alla sua pelle un po’ scura.

Quando la messa finì, Maria s’introdusse in quei discorsi senza fine tra donne. Remo allora decise di aspettarla seduto sul muretto all’ombra del grande pino che sovrastava il piazzale. Raccolse un filo d’erba o se lo ficcò tra le labbra.

Le cicale cantavano facendo un grande baccano e a Remo venne in mente l’acqua del fiume che scorre. Tra tutti quei pensieri che gli servivano ad imbrogliare il tempo, spuntò Filomena appena dietro sua madre, una donna dallo sguardo impenetrabile e autoritario. Filomena era timida, forse troppo. Quasi non lo guardava.

Remo rimase deluso. Avrebbe voluto un sorriso, un cenno d’intesa. Era come se gli fosse scivolata via dalle mani, come sabbia al vento.

Remo tutto imbronciato si mise le mani in tasca e imboccò la strada di ritorno.

-Remo, non aspetti la mamma?- gli domandò Maria sulla soglia della chiesa.

E…statte!- rispose lui sgarbato.

Remo cominciò a calciare tutti i sassolini che trovava per la strada.

-Ma chi le capisce le donne?- disse bisbigliando.

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