Il seminatore di grano – Epilogo

Le campane del paese suonarono a festa. Remo e Filomena si unirono in matrimonio dopo il benestare del giudice. Filomena, timida nei suoi movimenti, doveva ancora realizzare bene l’accaduto. Portava dentro di se un bambino e sentiva la pressione di tutti.

Chiunque la incontrasse le augurava dei figli maschi, ma lei, in cuor suo, sperava di dare alla luce una bambina. Avrebbe pregato Dio perchè diventasse migliore di lei, e non l’avrebbe biasimata se non avesse amato la campagna.

Filomena guardava Remo dentro il suo abito di due taglie più grandi. Notava i suoi occhi che chiedevano un po’ di riposo. La cravatta gli illuminava il viso e nonostante non gli piacesse vestirsi in quel modo, lei gli disse all’orecchio che era bello così.

Don Erasmo guardò le famiglie unite imboccare la strada che correva fuori dal paese. Ora Remo la percorreva da sposato, con altri occhi e altri pensieri. Dietro gli sposi la processione degli invitati. Pochi, a dire il vero. Lo zio Salvatore continuava a scherzare sulla prima notte di nozze. Di fianco Cosmo e Damiano ridacchiavano come due adolescenti immaturi, e poi ancora dietro la zia Teresa che pianse per tutto il tempo.

I genitori di Filomena mostravano il loro petto all’infuori, orgogliosi di aver sistemato la loro unica figlia. Un matrimonio porta sempre con sè gioia e speranza.

Nei pressi del ponte romano, Gilda ben truccata e vestita a festa sorrideva sul ciglio della strada. Non aveva alzato la mano in cenno di saluto, ma aveva lasciato parlare i suoi occhi lucidi e sorridenti. Avrebbe voluto dare a Remo una carezza e forse un abbraccio. Avrebbe voluto ringraziarlo per averla fatta sentire un essere umano con dei sentimenti.

Remo si voltò anch’esso con gli occhi gonfi, strinse la mano di Filomena per sentirla ancora più vicina.

 

La voce di Filomena accennava una lieve ninna nanna. Michelino era rimasto a giocare fuori e Filomena lo controllava dall’uscio, mentre teneva tra le braccia Vicenzino.

Remo non sarebbe arrivato tra non molto. L’ombra del bosco era calata sul rudere. Rudere per così dire. Era sempre stato il nomignolo di quel posto, lì nel quale Remo e Filomena avevano cominciato ad amarsi.

Dopo che il giudice accordò il matrimonio per gravi motivi, Peppino aggiustò il rudere per volere dei ragazzi, nonostante la distanza. E mentre Filomena cullava tra le sue braccia Vicenzino, si guardò intorno e le parve che fosse passata un’eternità da quando il rudere fu il rudere.

Ora aveva due figli a cui badare e un marito da accudire. Remo tornava dai campi ogni tardo pomeriggio, proprio come suo padre. Amava la campagna e ogni suo difetto. Filomena amava aspettarlo seduta sui gradini di casa e vederlo tornare nelle sere d’estate mentre il cielo si tingeva di rosso al tramonto.

 

FINE

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