Tutte le forme del sole – parte 8

Il sabato successivo il paese accanto era in festa. Ciano e Titti passarono a prendere me ed Anna.

Anche per noi era diventata ormai una tradizione andare alla festa di Sant’Isidoro, che era particolarmente sentita dai paesi di tutto il territorio circostante, dai quali arrivava un gran numero di auto gremite all’inverosimile. Non era così raro vedere sei o sette persone a bordo. Parcheggiammo dentro il campo sportivo, che come al solito diventava un immenso parcheggio a cielo aperto. Da lì al piccolo centro del paese ci incamminammo per qualche centinaio di metri. L’andirivieni delle auto impolverava noi e tutte le altre persone che come noi erano intente a raggiungere la piazza.

I balconi della via principale erano invasi da piante e di fiori di ogni tipo, e anche questo era diventato un aspetto caratteristico della festa. La gente era talmente numerosa a tal punto che le persone non avevano scelta che spostarsi nelle vie e nei vicoli secondari, animando così tutto il centro, manco fosse l’America. Anna mi tirò la giacca per raggiungere un buon posto dal quale vedere la processione. La gente sgomitava per guadagnare un posto esclusivo in prima fila e ammirare da più vicino possibile il santo.

Ciano mi disse che i contadini erano in agitazione per via della forte siccità, e per questo avevano riempito la chiesa di doni. Passammo di fronte al portale tutto spalancato e vedemmo un folto gruppo intento a pregare affinché la pioggia bagnasse finalmente tutti i campi della zona. Scrutammo i loro volti segnati dalla disperazione e dalle lacrime. Senz’acqua non si poteva andare avanti, ma a questo le istituzioni sembrava non importare. Quella gente si sentiva dimenticata e abbandonata. Sentii lo stomaco annodarsi, noi che la disperazione l’avevamo conosciuta davvero.

Come me, Ciano, Titti ed Anna, anche tutta quella gente andava sistemandosi ai lati delle strade, formando due o tre file, dove la strada lo permetteva. Il vociare delle persone si faceva più fitto e riempiva le vie, alimentando un’atmosfera elettrica. Mi ricordai allora della mano di mia mamma che teneva saldamente la mia, mentre passavano i cavalli e i buoi tutti adornati con collane di fiori, e che a me facevano paura.

All’imbrunire la statua del santo passò la soglia della chiesa e uscì per le strade. Lentamente passava tra la gente che lanciava fiori, anche dai balconi. Si capiva che stava per passare il santo, perché le persone smettevano improvvisamente di parlare e sgomberavano il centro della strada. Apriva la processione lo stendardo del comune, e poi tutti i gruppi folcloristici del paese e via via quelli dei paesi di tutto il territorio circostante, con i figuranti vestiti con un abito tradizionale e adornati da vari gioielli. La processione era sempre un momento dove sfoggiare l’oro e l’argento.

La musica della banda musicale rimbombava come ovattata tra le mura delle case, e così non si riusciva a capire con precisione dove fosse il santo. Appena girato l’angolo la musica diventò chiara. La banda alternava marcette allegre a ritmi adagi, ma sempre festosi; e poi comparì il santo in tutta la sua bellezza, che risplendeva tra le spighe di grano e i fiori ai lati del portantino.

Dopo il suo passaggio, a seguire c’era un fiume di persone, c’erano quelli che avevano fatto un voto o una promessa, i fedeli, i disperati e poi ancora ciechi, sordi, storpi e mutilati di guerra. Anna si strinse a me senza dire nulla. Ricordai ancora la presa della mamma che dal lato della strada mi portava in mezzo a tutta quella gente per fare qualche metro dietro il santo.

Davanti a tutte quelle povere persone il parroco recitava il rosario, e di fianco a lui il sindaco con la fascia tricolore, tutto impettito sorrideva e salutava tutti.

Quando il santo girò l’angolo per imboccare un’altra via le file ordinate si ruppero immediatamente e si creò una tale confusione da non capirci più nulla. Tutti si muovevano animatamente per raggiungere un’altra via dove il santo non era ancora passato. Era quasi una vergogna vedere la processione soltanto una volta.

-Andiamo a mangiare? Chiese Ciano.

Feci di sì con la testa dopo aver avuto l’assenso dalle ragazze, così come salmoni nei fiumi norvegesi risalimmo la via contro corrente.

La chiesa ora era deserta. Entrammo a vedere l’adornamento, poi Anna mi lasciò il braccio e si sedette sulla panca di fronte all’altare; mi guardò come a chiedere di non invadere il suo spazio spirituale, così feci un giro rapido della chiesa, mentre Ciano e Titti aspettavano fuori. Bagnai le dita nell’acquasantiera, feci il segno della croce e la aspettai su una panchina. Guardai la gente passare per un po’ di tempo, poi Anna spuntò fuori. Con le mani in tasca veniva verso di me e con la testa abbassata, quasi un po’ malinconica, mentre un gruppo di bambini che si rincorrevano le furono d’intralcio.

Andammo a mangiare da Gino, non che ci fossero molte trattorie, e per l’occasione aveva posto i tavoli in mezza via e nei vicoli accanto. La sua frittura era famosa, ci avevano scritto pure una canzone.

La processione intanto terminò nella piazza, dove era iniziata. Lì era sistemato un palco dove l’orchestra aveva iniziato a suonare il liscio. Quando ero piccolo, quel palco era ridotto a un palchetto di legno improvvisato, e un complesso di tre o quattro persone suonava dal pomeriggio fino a notte fonda. A volte finivano il repertorio e ricominciavano daccapo. Ci si divertiva, all’epoca. Ora c’era un palco di quello dei concerti veri, con le luci colorate, i coristi, i percussionisti e tutto il resto.

Per la piazza cominciavano a girare i primi ubriachi, a dire il vero un po’ molesti. Titti aveva stampato una pizza in faccia a uno che le aveva toccato il culo.

Le note della prima mazurka si diffusero davanti al palco e le prime coppie si buttarono al centro della piazza, che pian piano si trasformò in una balera a cielo aperto. Anna e Titti si precipitarono al centro per ballare una polka, e poi io e Ciano fummo letteralmente strattonati per la camicia. Eravamo obbligati a ballare.

Di rado ballavo, ero più abituato a suonare la mia chitarra e far ballare gli altri, ma forse è solo una questione di punti di vista. Ballare o far ballare, è sempre una questione di ritmo.

Ciano tornò con delle birre in mano, e mentre ci fermammo a riposare indicai agli altri l’orchestrina sul palco.

-Suonerò con loro- dissi fiero di me stesso, per una volta.

Anna mi guardò silenziosa, mentre Ciano mi diede una pacca forte sulla spalla.

-Da quando?- chiese Anna.

-Niki, il solista, farà l’estate con loro poi molla- risposi sorseggiando la birra a più riprese.

Anna sorrise. Riprese la musica e ci ributtammo in pista.

 

Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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