Tutte le forme del sole – parte 9

Il cantante dell’orchestra annunciò che era quasi giunto il momento dei fuochi d’artificio, così le persone cominciarono ad incamminarsi verso un posto da cui vedere lo spettacolo. Sulla collina di fronte i fuochisti iniziarono ad armeggiare e a girare intorno a quelli che dovevano essere gli arnesi per dare vita allo spettacolo pirotecnico.

I minuti che contrassegnavano il passare del tempo e l’avvicinarsi di quel momento vennero scanditi dall’esplosione di tre forti botti a trecentosessanta secondi l’uno dall’altro. C’era trepidazione.

La festa di Sant’Isidoro era di fatto la celebrazione dell’inizio dell’estate, seppur anticipata.

Partì il primo fuoco, di un rosso vivo e brillante, mentre Anna si posizionò davanti a me, come a trovare un rifugio quasi paterno. Di tanto in tanto partivano applausi e grida di stupore. Le teste di tutti erano rivolte verso l’alto, a guardare il cielo, aspettando che il gioco di colore successivo fosse ancora meglio di quello precedente. Lì per lì pensai che la bellezza fosse relativa. Pensiamo che qualcosa sia bella finché non ne troviamo una migliore. È così ingiusto… Una cosa se è bella è bella, no? Punto. Ma non è così facile: forse siamo attratti da ciò che è diverso e ciò ci sembra più bello di quello che abbiamo già visto. Ne deduco che apprezziamo, o addirittura, amiamo la diversità. Sebbene i nostalgici, i tradizionalisti e i conservatori non la penseranno di certo in questo modo. Allora, cosa è bello?

Il rimbombo dei botti mi riempiva il petto e lo stomaco. Mi venne una tale malinconia addosso che lasciai Anna lì, attraversai la folla e tornai nella piazza deserta. Avevo bisogno di respirare.

Il rintocco delle campane segnò la mezzanotte, mentre lo spettacolo pirotecnico volgeva a termine. Guardai l’orologio e in un solo colpo realizzai di aver buttato gli anni migliori della mia vita. Mi sentivo come un passo indietro agli altri.

Anna mi raggiunse in piazza, e senza dirmi nulla mi abbracciò.

-Devo dirti una cosa- disse sedendosi sulla panchina.

Rimasi in piedi di fronte a lei aspettando il resto.

 

EPILOGO

Il tempo era sereno, ideale per godersi il sole lì al parchetto, vicino casa. Le montagne davanti non erano più bianche, nemmeno sulle cime.

Il caldo secco aumentava col passare delle giornate a preannunciare che sarebbe stata un’altra estate torrida. L’anno scorso il giornale disse che le temperature stagionali stavano aumentando sempre di più da dieci anni a questa parte.

Il mio sguardo cadde sul contadino poco più avanti, intento a preparare il terreno per la semina. Si chinava ritmicamente a sistemare la terra con grande meticolosità, metro dopo metro. Anna comparve improvvisamente alla mia destra.

-Tilde mi ha detto che potevi essere qui-

Le feci posto sulla panchina.

-Ho portato una torta- disse mentre apriva il fagotto.

Annuii con la testa per ringraziarla di aver dedicato del tempo alla preparazione di una pietanza da condividere.

-Non dovevi disturbarti- dissi con una punta di ipocrisia.

In fondo mi aveva fatto molto piacere, perché nessuno aveva mai cucinato qualcosa solo per me, a parte Tilde, si capisce. Guardavo Anna mordere la sua fetta, mentre osservava le montagne. Ai piedi di esse i campi di colza fioriti erano interminabili e davano un senso di pace, nonostante il mio stato d’animo non fosse dei migliori.

Anna se ne sarebbe andata in città alla fine dell’estate; aveva deciso di iscriversi alla facoltà di economia. Ero contento per lei; aveva capito in tempo cosa fare della sua vita, e come biasimarla…

Mi chiese se avessi la forza di volere un rapporto così. Era la prima volta che mi impegnavo e che davo la mia parola. Improvvisamente si alzò un vento fastidioso, e il caldo e la luce fecero posto al fresco e all’ombra. Sopra di noi una grossa nube scura minacciava da un momento all’altro di infradiciarci. Alzai la testa e vidi che il cono d’ombra finiva molto più avanti di noi e del contadino, fino quasi ai campi di colza, che di giallo risplendevano ancora. Le canne davanti si coricavano ripetutamente da una parte all’altra per il vento in aumento.

Mi venne in mente un sogno che facevo sovente anni prima, quando ero solo un ragazzo. Mi trovavo a camminare in mezzo a una valle, ma non una passeggiata di piacere, bensì una camminata di fatica. Non ho mai capito il perché di quel fervore, nonostante la fatica fosse così reale, che pareva mi mangiasse le gambe. Sopra di me un cielo coperto, scuro e minaccioso. Davanti a me, invece, la strada si restringeva a formare un piccolo sentiero da cui un ammasso roccioso partiva e si slanciava imponente a chiudere la valle, la sbarrava togliendo brutalmente ogni via d’uscita, e in cui l’unica soluzione per uscirne era di scalare quella gigantesca parete rocciosa che mi si palesava davanti. Alla fine della strada sterrata c’era il sole, un sole caldo e splendente, che mi metteva voglia di raggiungerlo e godermelo steso sull’erba dei prati intorno, con gli occhi chiusi a sentire i suoni della montagna. Cominciavo a correre desiderando con ardore quel sole, senza riuscire a raggiungerlo.

Avrò fatto questo sogno una ventina di volte o forse più, avevo smesso di contarle.

Una folata di vento ci spazzolò. Il tovagliolo che avvolgeva la torta fu scaraventato a terra. Mi alzai dalla panchina per raccoglierlo e mentre lo scuotevo chiesi ad Anna se aveva del tempo per fare una passeggiata, almeno quello sufficiente a raggiungere il sole e poi saremmo tornati indietro in tempo per la cena.

 

Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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