Picture-Story: Parigi in un giorno di pioggia

21° Appuntamento della rubrica “Picture Story”

CAILLEBOTTE – PARIGI IN UN GIORNO DI PIOGGIA

Caillebotte - Parigi in un giorno di pioggiaInfo sul quadro

Anno: 1876-7

Dimensioni: 2,39 m x 1,85 m (Colore ad olio)

Custodito all’Art Institute of Chicago Building

Separatore-1-2

Parigi, quel giorno, si era svegliata più assonnata del solito. Il cielo era rimasto abbottonato, e la pioggia non dava nessun cenno di smettere. Quell’inverno se lo sarebbero ricordato in molti, poiché su Parigi cadde una quantità d’acqua mai registrata prima.

Jean-Pierre non ci badava. Stava sempre seduto sulla sua poltrona a fumare la pipa, riempiendo la stanza di fumo. La sua consorte, la signora Veronique, non sopportava l’idea di stare sempre rinchiusa in casa. Suo marito la portava fuori di rado, così lei aveva preso delle lezioni di cucito da un’amica di sua madre, e passava quei noiosi pomeriggi, freddi e piovosi, di fronte alla lampada ad olio, a confezionare dei nuovi vestiti. Era diventata davvero brava.

Ma quel pomeriggio, Veronique non aveva voglia di cucire. Aveva provato a leggere un libro, ma non ci riuscì. Il tic tac del pendolo scandiva fastidiosamente il tempo, e si accorse che stava buttando via la sua vita. Così, si avvicinò al marito.

“Sono stanca di stare chiusa in casa.” disse pacatamente.

“Cosa posso farci se fuori piove?” rispose lui, intento a leggere una rivista di satira politica.

“Ma tu non mi porti in giro, anche se c’è il sole.” ribattè lei.

“Cosa sono questi capricci? Non sono da una signora. Mi pare di aver sposato una donna, non una bambina.”

Veronique non rispose, e col cuore infranto girò i tacchi e si diresse in camera da letto. Non voleva che il marito la vedesse piangere. Dimostrarsi debole di fronte a lui sarebbe stata una sconfitta. E, allora, si sedette sulla sedia e pianse in silenzio accasciata con la testa tra le braccia, appoggiata sulla console. Si chiese cosa avesse fatto di male per meritarsi quel castigo. Eppure, tanto tempo prima, era innamorata di lui, e ora che si vedeva in quelle condizioni non capiva cosa ci avesse trovato. Le lacrime le rigavano il visto, mentre una ciocca di capelli le era andata sugli occhi.

Dopo essersi calmata, Veronique si guardò allo specchio. Osservava le sue forme. Si prese per il seno, e constatò che era ancora alto e sodo. Dopotutto, aveva soltanto ventitrè anni. Poi si passò le mani sui fianchi e si guardò dritta negli occhi. Come poteva suo marito non amarla? Era così bella, e nel pieno della giovinezza! Era da parecchio tempo che non la toccava con un dito. Ma ora, lei aveva deciso che qualcosa doveva cambiare, a costo di rovinare il matrimonio.

Qualcuno bussò alla porta.

“Chi è?” chiese irritata.

“Io, signora Veronique, posso entrare?” rispose la cameriera.

“Vieni…”

“Signora Veronique… perché ha solo la vestaglia?”

“Cosa vuoi?”

“Suo marito mi ha chiesto di dirle che sarebbe andato al club.”

La cameriera fece per andarsene.

“Costanza.”

“Sì, signora?”

“Ti sembro brutta?”

La cameriera rimase molto sorpresa per quella domanda. Subito, l’agitazione l’avvolse.

“No… s-signora!” Balbettò. “La trovo molto b-bella.”

“Perché mio marito non mi tocca? Perché mio marito non mi guarda?”

La cameriera non seppe che rispondere. Rimase basita, e così raccolse un vestito che aveva visto sul parquè. Veronique si alzò di scatto dal letto.

“Parla! Dimmi qualcosa!” Gridò, prendendola per le spalle.

“Signora, ma io…”

“Portami con te. Voglio venire a una delle tue feste, conoscere gente nuova. Mi ci porti?”

“Se vuole, signora. Ma le nostre feste non sono come quelle a cui siete abituate voi.”

“E che importa?! Che importa avere tutto ciò che ho, quando non ho ciò che voglio?”

“Va bene, signora. Le prometto che si divertirà.”

“Portami ora, ti prego!”

“Ma signora, io… Il signor Jean-Pierre può torn…”

“Non tornerà. E’ al club a giocare con quelle stupide carte e a bere whisky. Ti prego, Costanza, ti prego…”

Veronique era disperata. Costanza l’aveva capito dai suoi occhi.

“Va bene, signora. Ma dobbiamo essere caute nel passare da una via all’altra!”

 Le due donne uscirono nonostante la pioggia. Sotto l’ombrello, camminavano a passo svelto, e ogni volta che incontravano qualcuno, Veronique lo abbassava per non farsi riconoscere. L’adrenalina le si diffondeva in tutto il corpo. Quella bravata era proprio l’emozione forte che le serviva per svegliare il suo corpo dal perenne intorpidimento. Anziché nascondersi, avrebbe voluto gettare l’ombrello sulla strada e giocare sotto la pioggia, come una bambina.

Finalmente, arrivarono alla sala delle feste. Aveva ragione Costanza. Lì, le persone era tutte di un rango sociale più basso. Quando Veronique entrò in sala, tutti la guardarono, e Costanza era rimasta soddisfatta per come era riuscita a portare una signora borghese a quella festa. Le avrebbe dato lustro tra le sue amiche.

Veronique si sentì imbarazzata. Gli uomini la fissavano continuamente in ogni suo gesto. Tutti. Tranne uno.

Veronique rimase colpita. Perché non si era girato? Perché non la stava guardando? Forse non era sufficientemente bella o aveva i capelli in disordine, oppure il colore del vestito era troppo appariscente? Tante domande affollavano la sua testa, ma per fortuna, Costanza le portò un bicchiere di vino per toglierla da quell’imbarazzo, e la invitò a sedersi con le sue amiche.

La fisarmonica di Gastone liberava note di allegria. Le danze di quei ragazzi erano decisamente diverse da quelle che era abituata a fare. Erano più ritmate e più complesse. Diversi uomini si erano avvicinati a chiederle di ballare, ma ella aveva rifiutato con la grande eleganza che la distingueva.

“Sembra avere tanti corteggiatori, signora Veronique!” disse Costanza ridendo.

Veronique sorrise e girando la testa verso il tavolo di fianco, notò quel ragazzo che la colpì appena entrò. La stava guardando. Nessuno dei due distolse lo sguardo. Non sapeva perché, ma qualcosa di lui la attirava. Quest’ultimo, poi, si alzò dirigendosi verso un’altra stanza.

A Veronique sembrò mancare l’aria. Le donna, con cui era in compagnia, erano prese con gli spettegolezzi del momento. Ma lei, ormai, aveva un pensiero fisso. Si alzò di scatto, e si diresse con discrezione verso la porta in cui era entrato poco prima il ragazzo, girò la maniglia ed entrò.

La luce fioca di una candela, posta su uno scrittoio, illuminava a mala pena la stanza. Dopo alcuni secondi, il ragazzo avanzò dalla penombra e scoprì il suo viso. I suoi occhi azzurri brillavano, ed il ciuffo biondo, un po’ in disordine rendeva il suo sguardo affascinante. Veronique rimase immobile di spalle alla porta, in modo che nessuno vi potesse entrare. Il suo battito cominciava ad accelerare bruscamente, e sentiva qualcosa allo stomaco che non aveva mai sentito prima, nemmeno quando da ragazza aveva conosciuto Jean-Pierre. Provando quell’emozione così forte e intensa, pensò che il suo sentimento verso suo marito non era mai stato amore.

Il ragazzo s’avvicinò con passo deciso, ma lento, e a Veronique parve che le gambe le cedessero da un momento all’altro. Tremava. Nessuno dei due osava fiatare. Si guardarono negli occhi. I secondi parevano ore.

Ma che importa del tempo, quando è l’amore a dare il ritmo?

Fu così, che in un giorno di pioggia qualunque, Veronique conobbe il vero amore, e si era decisa di custodirlo con cura per il resto della vita.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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