Picture-Story: The night train

30° appuntamento della rubrica “Picture Story”.

DAVID TUTWILER: THE NIGHT TRAIN

david-tutwiler-the-night-trainInfo sul quadro

Anno: n.d.

Dimensioni: n.d.

Separatore-1-2Mi svegliai di soprassalto e la prima cosa che mi disturbò fu il rumore del giradischi che stava finendo la sua corsa. Avevo tutta l’intenzione di ascoltarmi un buon disco jazz con un ottimo brandy, di quelli in cui la tromba porta a spasso tutti gli strumenti e li costringe a seguirla; dove il ritmo sale e scende, dove il piano sembra un tappeto di petali di rose su cui camminare a piedi nudi. Ecco, quel jazz l’avevo sentito soltanto una volta nella mia vita, e solo in questo disco. Il mio animo doveva essere troppo cupo anche per questo.

Lerry, il mio migliore amico, mi portò il guinzaglio tra i denti e si sedette piagnucolando di fronte alla  poltrona. Guardai la sua ciotola e vedendola vuota non potei fare a meno di sentirmi in colpa. Non gli avevo dato nulla da mangiare per tutto il giorno, che pessimo padrone. Avrebbe dovuto essere offeso, furibondo, affamato. Invece, tutto ciò che voleva ancor prima di riempirsi lo stomaco era fare una passeggiata con me.

Gli strappai il guinzaglio dai denti e lo portai in giro a fare due passi. Il nostro girovagare senza una meta ci portò sulle banchine della stazione. Trovai un bar aperto e ordinai qualcosa di forte che potesse riscaldarmi dal gran freddo. Il mio occhio cadde sul giornale posato sul bancone, il quale recitava a caratteri cubitali “L’immigrazione è fuori controllo”. Lerry rimase seduto di fianco a me a guardare l’ennesimo treno partire.

Mi girai un attimo e vidi l’oscurità prendersi ciò che era rimasto della luce del giorno. La banchina era completamente vuota, e il capotreno prima di dare il via alla partenza, si accertò che non vi fosse nessun altro che vi dovesse salire. Agitò leggermente la lampada ad olio e la locomotiva fischiò all’improvviso facendomi sussultare un poco. Quel fischio mi era entrato dentro e sentivo che rimbombava ancora all’interno del corpo.

Ecco che il treno cominciò la sua corsa. Il fumo e il vapore si mischiarono per un attimo avvolgendoci, e occludendoci la vista. Lerry era rimasto immobile, come sempre. Sembrava quasi affascinato dai treni. Sembrava che capisse veramente il loro significato. Io non l’ho mai capito. So solo che un giorno la felicità decise di piantarmi in asso per chissà quale motivo. E mi sento uno stupido ad avere paura di questi bestioni giganteschi.

Lerry forse, aveva capito che da uno di quei treni, prima o poi, la felicità sarebbe comparsa, perché che ci crediate o no, Lily stava di fronte a me. Mi sembrò sempre la stessa, anche se non la vedevo da quasi due anni. Non disse niente, provò solo ad accennare un sorriso senza aspettarsi nulla in cambio. Non saprei di preciso che espressione assunsi. So solo che quando la vidi provai un misto tra rabbia e felicità insieme. Avrei voluto girare i tacchi e andarmene. Avrei voluto correrle incontro e baciarla.

La guardai. La guardai come non avevo mai fatto prima e decisi in quell’istante che se avesse rifatto parte della mia vita, non l’avrei lasciata andare via così. Non ci sarebbe stato nessun treno.

-Come stai?- Mi limitai a dire.

Lily aveva capito. Ero contento, perché aveva capito. Ero contento, perché era ritornata di nuovo senza aspettarsi niente in cambio. Era venuta per scusarsi. Era venuta per amarmi di nuovo.

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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