Giovanni e Guido omaggiano David Bowie. Spin-off de #iltrenoperlafelicità

David-Bowie

Se siete rimasti affezionati ai personaggi de il treno per la felicità, questo breve racconto è un’occasione per riavvicinarvi al libro. Perché? Se ricordate bene, Giovanni e Guido erano due musicisti. Guido era un fan di Bowie…

 

La sera di quel 13 novembre, fortunatamente, io e Sarah rimanemmo a casa. Alloggiavamo in un sottotetto in Rue Saint-Martin, a pochi passi dal Bataclan. Ad un tratto sentimmo urla, spari, sirene. Mi affacciai alla finestra e vidi una gran confusione. Una miriade di poliziotti invadeva le strade. Il traffico era completamente bloccato. La gente continuava ad urlare e a piangere. Si sentirono spari. Ancora.

“Un attentato!” gridò qualcuno.

“Amore, amore! Vieni a vedere, sembra che sia scoppiata la guerra!” dissi a Sarah facendole cenno di avvicinarsi alla finestra.

I brividi mi percorsero la schiena. Mi si chiuse lo stomaco.

“Che cosa sarà successo?” chiese Sarah.

“Qualcuno ha gridato – un attentato! -” risposi.

“Un attentato? In pieno centro?” disse Sarah dubbiosa.

“Accendi la TV.” dissi mentre appoggiato con la schiena verso la finestra mi accendevo una sigaretta.

Da quando io e Sarah cominciammo la nostra nuova vita a Parigi, avevo preso a fumare.

“E’ vero, Giova! E’ un attentato!” esclamò Sarah sconcertata mentre ascoltava il telegiornale in edizione straordinaria.

Mi catapultai di fronte alla TV e non potevo credere alle parole che sentivo. Parigi era stata oggetto di più attentati terroristici. E non era finita. Ogni minuto che passava il numero dei morti aumentava a dismisura. Chiusi la finestra sgomento. Ero senza parole. Sarah cominciò a piangere a dirotto. Cercava un rifugio tra le mie braccia. Non si sentiva figlia di questo mondo.

Non chiudemmo occhio per tutta la notte. Improvvisamente, quel bilocale nel centro di Parigi mi fu stretto fino a farmi soffocare. Volevo aria fresca per poter respirare. Andai in bagno e mi bagnai il viso con acqua fresca.

“Che c’è?” chiese Sarah sulla soglia del bagno.

“Sto pensando che… Niente, lascia stare.” dissi facendo per tornare a letto.

“No, dai… lo vedo che c’è qualcosa che non va, coraggio.”

“Ehm… Penso che sia il momento di andarcene via da qui.” dissi senza guardarla.

“Sai, lo stavo pensando pure io!” disse sorridendo.

“Davvero?” e alzai di scatto il viso per guardarla negli occhi.

“Sì. Parigi non mi sembra un luogo sicuro dove vivere, attualmente.”

“E dove andiamo?” chiesi alzando le spalle.

“Torniamo a casa. A Torino!”

“Non so se è una buona idea…”

“Ma sì che lo è. Guido sarà felice di riabbracciarti…”

Feci un respiro profondo.

“Avrà saputo degli attentati. Sarà preoccupato. Dovrei chiamarlo per dirgli che è tutto a posto. Ma non ora, è troppo pericoloso. Lo chiamerò domattina!”

“Va bene… Dai amore vieni a letto, ora.”

La mattina seguente Parigi si svegliò inondata di lacrime, nel silenzio più totale. Raggiunsi la cabina telefonica più vicina e chiamai Guido. Da due anni a questa parte, cioè da quando io e Sarah prendemmo quel treno, non utilizzavo più un telefonino. Non avevo l’esigenza di chiamare nessuno. Avevo Sarah con me. A Guido scrivevo periodicamente delle lettere dove lo informavo di tutto ciò che avveniva nella mia vita. Perderlo così all’improvviso per me non fu affatto facile.

“Ho sentito Guido…” dissi a Sarah.

“Come sta? Cosa dice?” chiese con apprensione.

“Benone. Era molto preoccupato per noi. Questa notte non ha chiuso occhio. Ha detto che in Italia non si fa che parlare d’altro.”

“Immagino.” replicò lei. “Gli hai detto che vorremmo…?”

“Sì, sì! E’ entusiasta. Non vede l’ora di abbracciarci. Ha detto che ci può ospitare per un po’.”

“Abita sempre nella stessa casa?”

“Sì, ma ora con lui c’è Alice. Si sono decisi, finalmente!”

“Quando hai intenzione di partire?”

“Non so, dopo che sistemiamo la faccenda con il lavoro. Poi possiamo andare…”

Io e Sarah avevamo trovato subito lavoro in un ristorante discreto nel centro di Parigi. E da lì non ci siamo mai mossi. Lavoravamo entrambi in cucina. Fianco a fianco. E non mancavano di certo le liti.

Per fortuna, il titolare del ristorante non si adirò per la nostra partenza, come invece avevo pensato. Per cui nel giro di una decina di giorni, ci ritrovammo sul treno per la felicità che andava, questa volta, in direzione opposta al luogo dove invece la felicità era cominciata. Torino.

Quando misi piede nella casa di Guido, mi sembrò che il tempo si fosse fermato. Era tutto uguale a come la ricordavo: il divano in soggiorno, il giradischi, le mie chitarre. Alice mi fece strada verso la camera, e questo mi fece sentire un estraneo. Era strano sentirsi così nella casa dove ho vissuto per un anno e mezzo, ma mi resi conto che andarsene via così senza preavviso aveva avuto un prezzo.

Avevo paura di essere trattato da Guido come un estraneo, a per fortuna, l’abbraccio che mi diede appena mi vide scacciò via tutte le mie preoccupazioni. E questo mi rassicurò. Gli avevo raccontato tutto, del perché scappai vìa così, da un momento all’altro, gli raccontai del fratello di Sarah, e lui mi rimproverò per non avergli chiesto aiuto. Acqua passata!

Per Natale, i miei vennero per la prima volta a Torino. Conobbero Sarah. La abbracciarono, la fecero sentire come una figlia. Come per Alice. Furono dei giorni molto felici.

“Puoi stare quanto vuoi…” mi disse Guido in un momento in cui fummo soli.

“Grazie. Faremo di tutto per trovare qualcosa. Promesso!” dissi sorridente.

Pochi giorni capodanno, il TG diede l’inaspettata notizia della morte di David Bowie. Ebbi un nodo allo stomaco. Dopo Freddie Mercury, un’altra leggenda della musica ci aveva lasciato.

“Guido, è morto David Bowie!” gli dissi appena tornò da lavoro.

“Sì, ho sentito…” disse afflitto.

Capivo il suo stato d’animo. David Bowie era stato il suo cantante preferito dopo Freddie. Il suo punto di riferimento musicale durante i suoi anni di apprendimento di canto. Si chiuse in salotto e si ascoltò alcuni suoi dischi. Lo sentii piangere.

Forse alcune volte non ce ne rendiamo conto, ma è in questi momenti che ci si rende conto di quanto sia importante la musica per la nostra vita. Perché la musica ci accompagna fin da quando siamo piccoli, fa da colonna sonora al nostro primo amore, ci aiuta a superare i momenti tristi. Quante volte ci ricordiamo un particolare momento della nostra vita, perché come sottofondo c’è una canzone?

Io ero come Guido. Noi due abbiamo sempre vissuto con la musica che accompagnava le nostre giornate. E in quel momento lo capivo. Quando muore il tuo cantante preferito, è come se morisse il tuo migliore amico. E’ lui che con le sue parole ti aiuta a superare i momenti tristi della vita. E’ lui che con il ritmo delle sue canzoni ci fa ballare nei momenti di festa.

“Ehi! Guido…” Lui fece per ricomporsi, ma poi si accorse che ero io, così continuò a sfogare i suoi sentimenti.

“Come va?” gli chiesi pacatamente.

“Così…”

“Ti va di suonare qualcosa?”

Mi guardò per un attimo negli occhi, poi sorrise. “Sì.”

“Prendo la chitarra!”

Cercammo gli accordi delle canzoni più famose di Bowie, così cantammo a squarciagola Changes, Let’s Dance, Young Americans. Si unirono a noi Alice e Sarah. Portarono del vino rosso. Continuammo a cantare tutti insieme immersi in un clima di festa, e quello fu il nostro modo di ricordare il Duca Bianco.

Il disco suonò le note di Heroes, la canzone con la quale chiudevamo i concerti al tempo dei The Jackets. Che tempi quelli!

La canzone volgeva al termine  ed insieme a Bowie cantavamo in loop sempre la stessa frase…

“Will can be heroes… just for one day!”

Hai ragione David, possiamo essere degli eroi… ma solo per un giorno.

Tu però sarai il nostro eroe per sempre!

Ciao David!

P.s.: Chissà che musica lassù, ora con Freddie!

 

© Michael Floris – Tutti i diritti sono riservati.

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